He Named Me Malala – Prima svizzera

He-Named-Me-Malala_1444151780
4 e mezzo sirenette

A cura di Victoria Kern e Kevin Furlan, Radio Cassìs, Radio JungleCiani.

“Una volta il popolo afghano entrò in guerra con la Gran Bretagna. Dopo una lotta infinita, i guerrieri afghani cominciarono a cedere, la Gran Bretagna stava avanzando mostruosamente.  Fu una giovane donna, Malalai, a spronare nuovamente il suo popolo alla battaglia salendo su un colle e urlando: meglio vivere un giorno da leone, che cento giorni da schiavi. Grazie a lei il popolo afghano riconquistò fiducia e grinta, e riuscì a scacciare il nemico. Ma Malalai fu colpita da un proiettile che la uccise, lasciandola inerme sulla terra, figlia del popolo che lei animò.”

Inizia così il film documentario su Malala Yousafzai, giovane ragazza Pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014. Diretto da David Guggenheim, il film, uscito nel 2015, mostra in 88 minuti scene perfettamente equilibrate tra di loro; video e fotografie di Malala e della sua famiglia nel passato e oggi, e perfino animazioni.
Nelle immagini passate in rassegna durante il documentario, Malala appare come una ragazza spensierata, prima di subire l’attentato terroristico che la costrinse a spostarsi in Inghilterra. Oggi, a distanza di 4 anni, il viso leggermente sfigurato di Malala mostra invece una piccola donna, con addosso il peso del mondo.
Malala Yousafzai è nata il 12 luglio 1997, figlia di un docente che da solo ha aperto la prima scuola di Mingora, nella valle dello Swat , iniziando con tre ragazzi e finendo per educare l’intera città. Con l’arrivo dei talebani, l’educazione de ragazzi di Mingora ha cominciato gradualmente a scemare, dal divieto di andare a scuola per le ragazze, ai bombardamenti sulle scuole stesse. È qui che Malala ha cominciato ad opporsi, e con lei suo padre, denunciando pubblicamente i talebani e l’imam che quotidianamente teneva sermoni via radio, manipolando le donne poiché non istruite e utilizzando la religione in quanto porta aperta nelle menti di chi non conosce altro se non le tradizioni religiose. Persone queste, che predicano un dio falso, riducendolo a qualcosa di infinitamente piccolo, che infangano il nome di una religione che predica pace e che afferma che la verità debba sempre venire a galla. Persone in grado di uccidere una bambina considerata il simbolo degli infedeli e dell’oscenità, pur di mantenere il loro illusorio potere. Sono loro, veri nemici dell’Islam.
Oggi Malala è tornata come prima ed è diventata il simbolo dell’opposizione alle imposizioni ideologiche dei regimi. Ben consapevole di non poter tornare nel suo paese natale per le minacce che riceve, Malala viaggia per il mondo come esempio e portavoce del diritto all’educazione che tutti dovrebbero avere, poiché l’educazione dà la capacità di criticare, di mettere in dubbio e di liberarsi dalle vessazioni mentali.
La sua storia è una storia di coraggio, una storia che insegna ad alzare la voce di fronte alle oppressioni. Lo stesso padre, balbuziente, non si arrese mai di fronte alla propria condizione e continuò a parlare davanti alle persone, perché “restare in silenzio significa perdere il diritto di vivere”.